Cronaca

VIDEO | ‘ndrangheta, Operazione “Isola Scaligera”: le mani della cosca Arena-Nicoscia su Verona, 26 indagati

Con l’operazione “Isola Scaligera” di questa mattina è stato inflitto un duro colpo a una “locale” di ‘ndrangheta che svolgeva attività illecite nella provincia di Verona. Sono stati oltre 300 gli uomini impiegati per eseguire un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 26 indagati responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, riciclaggio, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, emissione di false fatturazioni per operazioni inesistenti, truffa, corruzione e turbata libertà degli incanti.
Agli arresti sono finiti in 23, di cui sei ai domiciliari, mentre ad altri tre è stato imposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Le indagini, condotte tra il 2017 e il 2018 dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dalle Squadre Mobili di Verona e Venezia, hanno permesso di scoprire l’esistenza di un’autonoma locale di ‘ndrangheta operante a Verona e provincia, riconducibile alla potente cosca degli “Arena- Nicoscia” di Isola Capo Rizzuto (KR).
In particolare l’inchiesta, che si è sviluppata anche grazie al contributo di alcuni collaboratori di giustizia, ha evidenziato le condotte criminali degli indagati soprattutto in attività di corruzione ed estorsione e nel mantenere rapporti affaristici con le altre organizzazioni presenti nelle altre regioni, attività tipiche delle ramificazioni extra-regionali della ‘ndrangheta.
Nel corso dell’attività investigativa è stato inoltre disposto il sequestro preventivo di un patrimonio immobiliare, aziendale e finanziario, per un valore complessivo di circa 15 milioni di euro.
Nel corso della conferenza stampa è emerso che il boss della ‘Ndrangheta che gestiva l’organizzazione nel veronese è Antonio Gardino detto ‘Totareddu’, uomo vicino alla cosca Arena-Nicoscia. L’attività del gruppo mafioso – è stato detto da inquirenti e investigatori a Venezia – ha portato al sequestro di 15 milioni di euro frutto di un’attività volta al riciclaggio ed allo spaccio di stupefacenti, con società fittizie che evadevano il fisco e creavano provviste di denaro. Non un fenomeno mafioso tradizionale ma organizzato con una rete di contatti nel territori – come hanno sottolineato il Procuratore di Venezia Bruno Cherchi e Francesco Messina, dell’anticrimine – che ha coinvolto la municipalizzata veronese Amia per lo smaltimento dei rifiuti, che faceva circolare denaro, corsi di formazione, con due dirigenti che sono tra gli indagati. Il denaro gestito nel veronese giungeva dalla Calabria, veniva riciclato per lo più attraverso imprese edili portando ai reati di riciclaggio, estorsione ed evasione fiscale. Degli arrestati, in totale 26, 16 sono agli arresti con contestata l’associazione di stampo mafioso. L’indagine è in corso ed oltre alle persone colpite da misure cautelari ci sono ulteriori indagati. Nell’inchiesta sarebbe finito anche l’ex sindaco di verona Flavio Tosi accusato di concorso in peculato in relazione alla distrazione da parte dell’ex presidente della municipalizzata dei rifiuti Amia, Andrea Miglioranzi (ai domiciliari) di una somma “‘non inferiore a 5.000 euro” per pagare la fattura di un’agenzia di investigazioni privata, su prestazioni in realtà mai eseguite in favore di Amia, ma nell’interesse di Tosi. ‘indagine è in corso e ci sono ulteriori indagati. “E’ un’indagine sulla criminalità organizzata che tocca per la prima volta Verona, dopo Padova e la zona del Veneto orientale, e che dimostra la presenza strutturata delle mafie in regione, e nello specifico la ‘Ndragheta ” ha detto il Procuratore di Venezia Bruno Cherchi,. “La ‘Ndrina veronese – ha spiegato Francesco Messina, capo dell’anticrimine, – aveva costruito una serie di rapporti stretti in un gioco ‘do ut des’ tale da controllare le più svariate attività del territorio, forte di licenze e permessi, contrattati anche con pubblici funzionari”. Questo facendo leva, sule più svariate attività: dalla droga, all’usura passando per riciclaggio ed estorsione, come già accaduto in Lombardia ed Emilia. “Lo sbarco a Verona – si legge nelle carte dell’inchiesta -, avviene con il traffico di cocaina da smerciare nelle piazze della città, e della provincia, sotto la regia del boss Giardino che, anche dal letto di ospedale in carcere, dava indicazioni su come agire”. Poi il clan irrompe nel giro delle slot machine da piazzare nei bar, dove gli uomini di Giardino sbaragliano le società inserite legittimamente nel territorio, con minacce e aggressioni, fino ai ‘risarcimenti’ pretesi per i mancati incassi. Si passa alle imprese edili fittizie, che hanno l’unico scopo di prestare denaro ‘sporco’ ad usura, o le false fatturazioni. Infine i legami del clan con esponenti della pubblica amministrazione, in particolare l’Amia, la municipalizzata per i rifiuti: qui finte prestazioni, dazioni e bustarelle, sono le accuse che hanno portato ai domiciliari l’ex presidente Andrea Miglioranzi, uomo vicino a Tosi, e l’attuale direttore Ennio Cozzolotto. In una di queste pieghe dell’inchiesta entra il nome di Flavio Tosi, accusato di concorso in peculato per una distrazione di fondi di Amia, “non meno di 5.000 euro”, imputata a Miglioranzi, per pagare la fattura di un’agenzia di investigazioni privata, nell’interesse di Tosi, sostiene la Procura. “Non ne sono nulla – ha risposto Tosi – ne uscirò totalmente estraneo, come in tutte la altre occasioni”. Il faro puntato dalla Polizia sull’ndrangheta a Verona ha scosso la regione. “Non dobbiamo abbassare la guardia, non è purtroppo una novità” ha detto il Governatore Zaia. ricordando recenti indagini in Veneto sulla criminalità organizzata. Il livello di pericolosità della ‘Ndrina veronese è tuttavia evidente. Lo testimoniano gli stralci di intercettazioni tra gli indagati, pronti a minacce feroci verso le vittime delle estorsioni: “‘Io ho anche il tirapugni…’ ‘Con il tirapugni ? lo ammazzi, …io ho paura che che con il tirapugni lo ammazzi”.. ‘Pensaci, non è che gli devo dire ‘scusa viene un attimo?’. Si gira e ”bam'”!. (ANSA).