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Torre Melissa: un relitto che racconta di terrore e di terroni

Una politica becera e inumana e una visione subdola e limitata dell’essere umano, stanno costringendo, giorno dopo giorno, ad identificare il migrante con il negro, come se assegnare un colore ad un problema possa lavarci la coscienza da azioni infime e degne delle più fredde gattabuie medievali.
Curdi, africani, boliviani o europei, quando sei con l’acqua alla gola non pensi alla terra che ti ha dato i natali, pensi a salvarti la vita, e a rischiarla pur di riuscirci. Basta poggiare una mano sul relitto dell’ultimo sbarco a Torre Melissa per provare paura, vedere lo scafo aperto come se fosse di cartone per terrorizzarsi all’idea dell’acqua gelida che invade l’interno, della mobilia che comincia a galleggiare e a sbatterti addosso, delle urla alla ricerca di aiuto, dei bambini che si aggrappano alle loro mamme. E poi il salto in mare, nelle acque di gennaio, la confusione, i primi soccorsi, l’idea che possa cominciare davvero un nuovo futuro, dopo aver attraversato Regioni, Stati e il mare. Forse il vero guaio è che dopo l’odissea che questa gente ha passato, non saremo in grado come Europa di darglielo davvero un futuro. Per affrontare tutto questo, da quale povertà scappano queste persone?
Sono orgoglioso di appartenere ad una terra che non si è girata dall’altra parte, che si è tuffata in mare per portare soccorso, che non ha badato al colore della pelle, che non ha chiuso “il porto” ma ha aperto un albergo, che non ha fatto finta di niente quando i due scafisti con fare disinvolto si sono presentati in un altro hotel, ma li ha consegnati alla giustizia, sono orgoglioso di essere un TERRONE.
Dentro a quel relitto erano stipate 51 cittadini del mondo, mamme, papà, fratelli e figli di qualcuno in pena per loro, non erano Curdi, non erano Africani, non appartenevano a nessuna razza se non a quella umana, e sono tutti salvi!
Fabrizio Carbone

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