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Teheran: Venti di guerra ma la gente anela la pace, il racconto dalle strade dell’Iran del Prof. Fabio Carbone

È fin troppo facile parlare di pace in luoghi dove l’oppressione della guerra è solo un antico ricordo, tutt’altra cosa quando ci si ostina a volerne parlare concretamente in quei luoghi martoriati da anni di embargo, dove la minaccia della guerra è una costante e soprattutto ora, una minaccia molto più concreta di quanto vorremmo. Abbiamo più volte raccontato degli studi e dei progetti in campo di pace e turismo del Prof. Fabio Carbone, un crotonese accolto in tante università europee a relazionare ed illustrare progetti di pace e di turismo, ma evidentemente troppo scomodo in una terra che blatera di turismo ma che in realtà è implosa su se stessa, la nostra! Lo abbiamo sentito proprio perché preoccupati dell’escalation militare che si sta evolvendo in Iran, ma evidentemente le richieste di amici e parenti affinché riporti se stesso e la famiglia in Inghilterra in luoghi più “sicuri” non vincono ancora sul desiderio di poter parlare di pace proprio lì e proprio ora, perché gli incontri programmati nei prossimi giorni sono, evidentemente, cruciali per l’andamento del progetto. Ci siamo sentiti ieri sera, molto tardi, gli ho chiesto di darmi le sue impressioni su come si sta vivendo questo momento lì a Teheran, vi lascio al suo racconto:

“Teheran, Iran. Ormai è passata l’una di notte qui, mentre in Italia è ancora sera. Qualche nuvola in cielo ma la notte medio orientale ha sempre il suo immenso fascino. Mi trovo in Iran da un mese, in una sorta di tour nel paese come Ambasciatore di Pace dell’Istituto Internazionale per la Pace attraverso il Turismo, al fine di continuare il lavoro iniziato tre anni fa per instaurare nuove partnership e forme di cooperazione all’insegna del dialogo interculturale e la pace attraverso il turismo. Messaggio che in Iran è stato accolto molto positivamente.

Tre giorni fa, il fulmine a ciel sereno (o quasi): il 3 gennaio un raid statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, figura chiave per gli ayatollah. Da notare: il Generale iraniano Soleimani è stato assassinato dagli Stati Uniti con razzi sparati da un drone. Un’autentica azione militare, insomma. A prescindere dal profilo del soggetto assassinato, la platealità dell’azione non lascia ombra di dubbio: una gravissima provocazione da parte degli Stati Uniti, che se veramente è la potenza militare e di intelligence che il mondo ritiene che sia, allora avrebbe potuto fermare il militare in mille modi diversi, meno cruenti, meno plateali. Meno provocatori, insomma. La morte di Soleimani, infatti, è una perdita troppo grave per l’establishment iraniano, che (come riportava la Repubblica del 3 Gennaio) “mina la credibilità degli ayatollah in un momento di pesanti proteste interne. Inevitabile che la reazione sia altrettanto forte”. La tensione internazionale sta crescendo di ora in ora, infatti, e si aspetta la mossa di risposta dell’Iran e non solo, visto che un po’ ovunque nella regione (vedi Iraq e Libano, ad esempio), pare stia crescendo un coro unanime che grida vendetta. Ma questo coro, tutto sommato, è veramente così unanime?

Ebbene, trovandomi in questo momento nel luogo più “caldo” del mondo (e più caldo che mai!), già poche ore dopo l’uccisione del Generale, ho ricevuto varie telefonate di amici, familiari e colleghi preoccupati che mi invitavano a lasciare immediatamente il Paese. Poche ore fa ho ricevuto da New York la telefonata del presidente stesso dell’International Institute for Peace through Tourism, che mi chiedeva di ricevere quanto meno aggiornamenti costanti sulla mia situazione e incolumità qui in Iran. Perché sono ancora qui? Perché forse ho colto l’attimo, l’opportunità che mi si è presentata mai come ora, credo, di testimoniare ciò che realmente è l’Iran. Perché questo coro unanime che grida vendetta, sbattuto in prima pagina dalle testate occidentali, vi assicuro, non è unanime affatto! Ed io, come ambasciatore di pace, sento il dovere di raccontarlo! Ebbene, poiché comunque sto continuando le mie attività qui in Iran (seminari, workshop, riunioni a vari livelli per la cooperazione internazionale nell’ambito del turismo come veicolo di dialogo interculturale e pace), mi trovo per le strade, tra la gente comune, ed è di questa gente comune che non si parla in Occidente.

Gli Iraniani sono ovviamente consci del carattere provocatorio, per l’ennesima volta, dell’azione perpetrata dagli Stati Uniti. Tuttavia, continuano ad anelare alla pace. Al dialogo. Io stesso potrei ritenermi a rischio perché, volente o nolente, qui rappresento de factu quell’Occidente che gli iraniani, a detta dei nostri mass media, vorrebbero annientare! Ebbene, eccomi qui, a parlare con la gente per strada, nei negozi, negli uffici, e… no, non hanno nessuna voglia di annientarmi! Al contrario, mi sorridono. E anche quelli che non conoscono l’inglese, cercano di comunicare con me. E mi offrono aiuto per strada. E a volte diventa perfino imbarazzante quando chiedono se possono farsi un selfie con me. Quando mi vedono incuriosito e mi vedono sull’uscio dei loro laboratori, i panettieri mi offrono il pane caldo, il cui profumo inebria tutti per le strade. Mi chiedono da dove vengo: “Italia!” E alcuni addirittura scherzano e mi dicono qualcosa del tipo: “Dai, chiamiamo Stramaccioni, fallo tornare!” Faccio spese nel mercato senza capire nulla del complicatissimo sistema monetario… faccio solo vedere i soldi, e lascio che loro prendano quello che devo: in oltre cinque anni, non hanno mai imbrogliato, anzi, spesso, vedendomi in difficoltà, non mi fanno neppure pagare, solo per gentilezza, per non mettermi in ulteriore difficoltà. E lo fanno col sorriso, magari esclamando: “Inshallah!” o, quelli più religiosi, “Allah Akbar!” (esclamazione conosciuta da noi per ben altre ragioni, diametralmente opposte). E mi guardano curiosi, e continuano a cercare il dialogo. I grandi e i bambini. E continuano a salutarmi con grandi sorrisi. Questo è l’Iran!

Ed ora che siamo sull’orlo di una guerra? Si, è vero, per me il rischio è oggettivamente maggiore, ma sono fiducioso perché la gente qui non cambia, non ne può più di sentir parlare di conflitti, e non ne può più di sapere che il mondo li considera “il male”! Continuano a sorridere e a sorridermi. Nonostante le foto celebrative del generale assassinato siano un po’ ovunque, le persone comunque vivono per lo più serene, desiderose di pace, non di guerra! “Non abbiamo paura!” mi hanno detto alcuni giovani studenti, ma per lo più, dal tassista ai dottorato in legge, l’idea tra la gente comune sembra unanime: “Basta guerra! In guerra perdono tutti! Bisogna dialogare!”.

Parole sagge da parte di chi ogni giorno vive le conseguenze di decisioni politiche internazionali che rendono la loro vita grama, misera, ogni singolo giorno, e gli toglie speranza. L’embargo internazionale, che in Iran rende difficile perfino trovare alcuni medicinali che bisogna comprare al mercato nero (se ne hai la possibilità, ovviamente); che in modo bieco spesso arroga il diritto ad alcune organizzazioni occidentali di discriminare studiosi, uomini d’affari e semplici cittadini nell’ambito della cooperazione internazionale. Io stesso ho potuto costatare la stupidità e allo stesso tempo la crudeltà di queste sanzioni internazionali, quando tempo fa l’editore statunitense del libro che sto scrivendo mi ha fatto notare una delle clausole del contratto editoriale: “in considerazione dell’embargo internazionali, ricordiamo che nessuno studioso iraniano ha il diritto a partecipare alla realizzazione di quest’opera”. Giorni fa, a Teheran, un mio caro amico fotografo, un autentico artista, collaboratore (o meglio, ex-collaboratore) del National Geographic, mi raccontava che, in linea con le sanzioni, la rivista National Geographic ha licenziato in tronco tutti i fotografi iraniani. Perché sono… iraniani! E ascolto giornalmente storie ancora più tristi, di persone alle quali, per esempio, i paesi europei, Regno Unito in testa, o l’America non hanno dato il visto di ingresso per visitare familiari malati e soli, magari in fin di vita; o per andare ad abbracciare una figlia che sta partorendo, ma che non ha il diritto di avere vicino la propria madre. Perché è iraniana! … per esempio. Questo è quello che la Comunità Internazionale fa al popolo iraniano alla gente comune (e non certamente all’establishment, che al contrario continua a mandare i rampolli a studiare in America e in Inghilterra, senza alcun problema!).

E allora spesso mi trovo a pensare che, tutto sommato, avrebbero tutto il diritto di odiarci. Ma non è vero, non odiano affatto! Al contrario, continuano a sorridermi per le strade, nei negozi, negli autobus, a me, che seppur italiano, quindi tuttavia rappresentante di uno dei paesi verso i quali nutrono più simpatia, tuttavia, sono connazionale di quei “business men” italiani che durante la guerra tra Iran e Iraq vendevano – insieme a Germania, Francia, Spagna, Regno Unito ed altri – a Saddam Hussein le sostanze chimiche usate per sterminare interi villaggi iraniani. Pero’ no, non mi odiano affatto! Non odiano nessuno! E continuano a sorridermi, a offrirmi il pane caldo e a invitarmi, da totale sconosciuto, nelle loro case! Anche in questi giorni! E soprattutto continuano ad invitarmi, anche in questi giorni, negli eventi che organizzano su misura affinché io possa parlare di sviluppo e pace. Ed ogni evento è un successo: centinaia di iraniane ed iraniani si mobilitano per ogni workshop, seminario, conferenza. (ennesimo segno del fatto che si tratta di un popolo di pace, non di guerra). E poi le innumerevoli riunioni con tutti. Tutti! Privato, pubblico, associativo: ogni settore è interessato al messaggio di pace che porto. Ma che in realtà, come dico sempre in chiusura dei miei interventi, è già totalmente loro!

Siamo enormemente in debito verso questo popolo. E non solo politicamente, ma anche umanamente, visto che, in parte, tutto questo succede anche perché noi, tutti noi, sostanzialmente siamo “troppo occupati ad essere occupati”, quindi ci sentiamo giustificati a non aver tempo per pensare, per approfondire, per essere più critici e informati. Abbiamo voluto la globalizzazione, ma siamo ancora incapaci di guardare oltre al nostro uscio di casa. Vogliamo avere nei nostri smartphone una connessione internet sempre piu veloce, per essere in contatto col mondo, per essere informati. ma informati, in che senso? se siamo cosi’ permeabili alle mezze verità, alle notizie tendenziose, alla propaganda (perfino quella più becera)? Qui in Iran in questi giorni le giornate trascorrono in modo ben diverso di quanto si stia raccontando “da noi”. Per le strade si parla di pace, non di guerra! E’ giusto che si sappia. Quindi è necessario che lo si racconti. Ed è per questo che mi trovo ancora qui. In Iran!” Fabio Carbone

Cercheremo per quanto possibile di continuare ad aggiornarvi
Fabrizio Carbone