Attualità

Salvatore Barresi: In Calabria ogni esperienza positiva è un problema

Riceviamo e pubblichiamo

Partendo dalla concezione essenziale che il “bene comune” riguarda l’essere, e che il fine di ognuno e il fine della comunità sono un unico fine, si può iniziare ad analizzare i motivi del “no” e cosa c’è dietro a ogni rifiuto di ricandidare Mario Oliverio a Presidente della Giunta Regionale della Calabria per il secondo mandato. Paradossalmente in Calabria ogni esperienza positiva è un problema! In Calabria, l’energia di un “no” ha una duplice valenza; la prima che permette di mettere in luce i propri bisogni e tutelare i propri valori personali, facendo capire all’altro che abbiamo esigenze da rispettare, in pratica l’importanza di affermare se stessi e le proprie esigenze; la seconda è la problematizzazione dell’esperienza. Certo, dire No significa “problematizzare l’esperienza”, esperienza che ha riguardato il “bene comune” di tutti, e non solo di pochi, in una Regione che rasenta il 22% di disoccupazione, che ha impegnato e speso i finanziamenti europei, che ha riportato l’economia locale al punto di pareggio. Forse, mai come in questi tempi di crisi, in Calabria, cercare di tenere in piedi un’opera politica, sociale ed economica è veramente una cosa ardua. Ci sono tanti tipi di ‘no’ e dietro questa breve negazione spesso si nasconde tanto altro. Un ‘no’ non blocca solo una catena di eventi che accadono, ma dichiara l’insufficienza o l’errore di una serie di giudizi e di valutazioni. La tentazione dell’individualismo è sempre in agguato. L’insidia del si-salvi-chi-può è più forte che mai. Il ’no’ ha una sua efficacia indispensabile, certo, ma in realtà, a pensarci bene, è l’espressione insoddisfacente per definizione. Un ‘no’ infatti non accade mai da solo. O almeno non dovrebbe. Presuppone sempre qualcosa. Già per il solo fatto che pone fine a qualcosa, di breve o di lungo. Il ’no’ ad un progetto politico, iniziato cinque anni fa in una Calabria povera e disastrata, è frutto dell’individualismo e della vendetta che, a quanto pare, rappresenta un’emozione piuttosto “grezza” per restituire l’offesa politica subita. Far ritornare la Calabria indietro nel tempo, alla società umana primitiva, dove il meccanismo di regolazione della convivenza sociale era la famosa legge del taglione: “occhio per occhio”, è un tentativo di risolvere i problemi a favore di chi vuole la restaurazione. Poche espressioni hanno la medesima efficacia di un ‘no!’. In se stesso un ‘no!’ sembra chiarissimo. Eppure, quanti dissidi, malumori o insoddisfazioni! Poter dire un no è semplice oggi in Calabria, significa cancellare cinque anni di governo innovativo, ambientalista, politicamente corretto, di sensibilità verso gli ultimi, i lavoratori precari, gli studenti universitari e i poveri, perché corrisponde a capire che gli altri possono riconoscerci per quello che siamo anche se non si è d’accordo con loro. Dire no, fa mettere in luce i bisogni di alcuni che temono di essere superati dalla logica semplice e comunitaria. Dire no, per alcuni benpensanti, è un tentativo a fa capire all’altro che ci sono persone ‘diverse’ da rispettare. Pertanto, un ‘no!’ non blocca solo una catena di eventi che accadono, ma dichiara l’insufficienza o l’errore di una serie di giudizi e di valutazioni. Un ‘no!’, cioè, accade sempre dentro ad una trama in cui siamo legati assieme. La maggior parte delle volte però il problema non è il rifiuto in se stesso che riceviamo, o la strada che viene sbarrata, ma la carenza/assenza di ragioni: mancano ‘perché’ sufficienti. Il disagio di fronte ai ‘no’ (nelle loro più varie forme) deriva dal fatto che siamo esseri che esigono ragioni, cioè dei perché adeguati, e che cercano creativamente una soddisfazione ai propri bisogni. Persone cioè che, in ultima analisi, non accettano l’inerzia delle cose. Pensiamo al caso in cui il progetto politico del centro sinistra calabrese e di Mario Oliverio viene cassato. Può essere assolutamente necessario — nessuno può metterlo in dubbio –, ma ci basta il rifiuto? Se ci basta, c’è qualcosa che non va. Non in chi ci sta sopra, ma in noi stessi. Non siamo adeguati alla posta in gioco. La posta in gioco è sempre innanzitutto una questione di ragioni adeguate, di ‘perché’ all’altezza delle sfide che affrontiamo. I calabresi sono chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus. Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione. Pensare al bene comune: questa è la parola d’ordine da utilizzare in Calabria. La politica ha come scopo il perseguimento del “bene comune”, categoria che mai deve essere svuotata fino a diventare un puro nominalismo; né deve essere piegata a letture di tipo ideologico. Ciò farebbe venir meno ogni possibilità di visione e quindi di obiettivo. Per questo delicato compito, è necessaria un’autorità politica (che già esiste!) capace di dirigere in continuità le energie di tutti i cittadini verso l’individuazione del bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì innanzitutto come forza morale alla luce della libertà e della coscienza del compito ricevuto. Pensare al bene comune con una cultura alta per combattere i “no”. I calabresi devono mettere i problemi sul tavolo e affrontarli sul piano culturale e sociale, in quella sfera che riguarda non solo il modo di agire ma quello di pensare, di credere, di vedere l’uomo, la società, le relazioni. E quindi di progettare. Citando il Card. Angelo Bagnasco: <>. Tutti, giovani, adulti, uomini e donne devono ritornare a far brillare ideali alti, veri e belli, per cui vale la pena di lottare e soffrire: occorre riscoprire l’alfabeto dell’umano che si vuole stravolgere sulla spinta di colonizzazioni che vengono da lontano.
Salvatore [Sasà] Barresi
sociologo economista