Cronaca

Omicidio Lea Garofalo, Vito Cosco si pente: “Non ho giustificazioni per quello che ho fatto”

“Non ho giustificazioni per quello che ho fatto: se esiste un aldilà ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia. La verità è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi”. Sono alcuni passaggi di una lettera scritta nel carcere di Opera da Vito Cosco, condannato all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere di Lea Garofalo, in concorso con il fratello Carlo, compagno della testimone di giustizia, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino.

L’uomo, rende noto il quotidiano “Il Giorno”, in carcere si è avvicinato al “Gruppo della Trasgressione”, nato nel 1997 a San Vittore, è composto oggi da detenuti delle tre carceri milanesi e da comuni cittadini, un’iniziativa creata 21 anni fa dallo psicologo Angelo Aparo per il recupero di detenuti attraverso l’auto-percezione delle proprie responsabilità.

Nella lettera, scritta con l’aiuto dell’ergastolano Alfredo Sole, Vito Cosco sostiene “Ho un fratello più piccolo di me che commise un grave delitto – prosegue Vito Cosco – e, a cose già fatte, coinvolse anche me. Mi chiedo come ho potuto oltraggiare un corpo ormai senza vita. Forse è ancora presto per chiedere perdono”.

La Cassazione, nel confermare la condanna all’ergastolo ha sostenuto: “lungi dall’avere avuto un ruolo marginale, rappresenta l’alter ego del fratello Carlo col quale ha condiviso le scelte, partecipando alle riunioni organizzative”.

“Si può vivere una vita intera e giungere alla fine senza quasi avere rimpianti – scrive ancora Vito Cosco – oppure, come nel mio caso, la fine del nostro ciclo vitale arriva a tutta velocità come una locomotiva impazzita che travolge tutto. I miei valori sono cambiati, vorrei che ci fosse un grosso pulsante rosso da poter pigiare e, all’improvviso, il mondo che va all’indietro fino a quel maledetto momento – conclude – quando avrei potuto capire, rifiutarmi e, forse, comprendere quello che stava accadendo e fermarlo”.