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La Passione di Cristo nella tradizione popolare Calabrese: I Vattienti di Verbicaro

Pubblicato il 15 aprile 2017 alle 10:12 - di Redazione

In un paese cattolico come l’Italia i riti della settimana santa sono innumerevoli e cambiano nella forma e nelle suggestioni a seconda dei territori che li propongono; la Calabria, come del resto tutto il Sud peninsulare, è ricchissimo di tradizioni, alcune cruente e sanguinolente atte a revocare il dolore di Cristo nella forma fisica più significativa, la flagellazione delle carni.
A Verbicaro, un piccolo paese nell’entroterra cosentino all’altezza di Scalea, la tradizione dei “Vattienti” (coloro che si “battono”) è, insieme ad una analoga rappresentazione a Nocera Terinese (CZ), forse la forma rappresentativa più estrema che si svolge nella nostra terra Calabra.
Il paesino, circa tremila anime, viene illuminato da migliaia di lumini, ogni cittadino espone sui davanzali delle finestre o sulle scale di casa tre lumini, piccole luci che accompagnano la notte della sofferenza. Una sorta di ultima cena viene organizzata negli scantinati del centro storico, l’ospitalità è più che rara, tutti sono i benvenuti, c’è vino e da mangiare per chiunque entri a salutare. Partecipano anche alcuni dei ragazzi che poco dopo prenderanno parte al rito, ma loro non si concedono vino, devono essere lucidi, concentrati, votati al dolore per le due ore che seguiranno. Intorno alle 23.30 inizia la vestizione, lontano dagli obiettivi indiscreti delle centinaia di fotografi che da tutto il meridione invadono Verbicaro per una notte, maglietta, bandana e pantaloncino, rigorosamente rossi, è tutto ciò che indossano i vattienti. All’interno del “catojo” che poco prima ha ospitato la cena si preparano intanto gli strumenti per il rito. Si bagna il pavimento con del vino, e, sempre in bicchieri pieni di vino, si mettono a bagno “i cardillhi” grossi tappi di sughero alla cui estremità in uno strato di cera sono affogati dodici piccoli pezzetti di vetro che lacereranno la gambe dei vattienti.
Dopo un piccolo “riscaldamento” all’interno del “catojo” cominciano la loro lunga marcia verso il Calvario, il luogo più alto del paese dove ad attenderli ci sono dei cantori che, in quella notte e durante tutta la settimana santa sera dopo sera, intonano un canto denominato “Per Tua Colpa”, fin dalla fine dell’800 il testo di questa canzone riecheggia per tutto il paese. Durante il percorso verso il Calvario, nei luoghi simbolo del paese, i vattienti si fermano e compiono il rito del battersi le gambe, prima con degli schiaffi e poi con i cardillhi. Il sangue scorre lungo le gambe e invade le strade di Verbicaro, le ferite vengono lenite e disinfettate continuamente con il vino, ma la sofferenza e la devozione sono ben visibili sui volti di questi ragazzi, che vivono questa esperienza come una vera e propria espiazione delle colpe dell’umanità.
Intorno alle due del mattino il rito giunge al termine, il percorso dei vattienti finisce in una fontana nella quale aiutati dai propri familiari lavano via il sangue dalle gambe, dalle braccia, dal viso.
Un piccolo reportage fotografico è a corredo dell’articolo, scattarlo è stata un’esperienza unica, unica come la terra di Calabria che ci permette di vivere ancora questi riti e queste emozioni.

Fabrizio Carbone

CISL FASCIONE

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