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Il Crotone in serie A: cronaca di un sogno diventato realtà

Ci sono notti che non scordi. Ricordi e conservi dentro di te tutti gli aneddoti in modo minuzioso: le emozioni, i colori, i volti, le reazioni della gente che ti circonda. Sono momenti a dir poco surreali, che sin da piccolo hai sognato di vivere. Fai persino fatica a realizzare ed elaborare il tutto, perché quando un sogno diventa realtà, quando ti rendi conto di partecipare ad un momento storico, sembra tutto troppo bello per essere vero, non riesci a distinguere la realtà dalla fantasia, e di conseguenza diventa altrettanto complicato anche provare a descrivere con parole tutto quello che stai vivendo.
L’unica cosa che riesci a fare è goderti l’attimo, abbracciare i tuoi compagni d’avventura e sciogliere quel misto di tensione e adrenalina in un urlo liberatorio, bagnato da lacrime di gioia, trasportato da un entusiasmo senza precedenti, simbolo, ora più che mai, di un amore viscerale che appartiene ad una città intera. Una città piccola, bella e sfortunata, composta da 60000 abitanti, la maggior parte costretti a lasciare la propria terra in cerca di fortuna.

Sono le 22:22 del 29 aprile del 2016, la cornice è quella dello stadio Alberto Braglia di Modena, l’arbitro Pinzani porta il fischietto in bocca e decreta la fine di un match che consegna al Crotone Calcio le chiavi della storia. Il Crotone è promosso in serie A, per la prima volta in 93 anni di vita, dopo una cavalcata tanto trionfale quanto inaspettata. Perché chiunque, se a settembre avesse provato ad azzardare un pronostico del genere, sarebbe stato preso per folle e spedito in ospedale per un T.S.O. urgente.
Ma il bello del calcio, e della vita in generale, è anche questo. A volte non tutto può essere previsto, soprattutto i momenti di gioia, e come nel più classico finale di un cartone della Disney che hai guardato in tenera età, come per magia i sogni si trasformano in realtà. Cenerentola ha trovato il suo principe e il Crotone la sua dimensione. Un piccolo miracolo chiamato serie A.

Modena è stato l’epilogo di una storia a lieto fine, paragonata più volte ad una favola, che pone le sue radici nel lontano 1993, quando la società pitagorica viene rilevata da un giovane imprenditore il cui nome rimarrà per sempre indelebile nella memoria del popolo crotonese: Raffaele Vrenna. Il neo presidente insieme al fratello Gianni, l’amico fidato Salvatore Gualtieri e un più che valido gruppo composto da dirigenti preparati e ambiziosi – sempre gli stessi da più di 20 anni – tra cui spicca l’eterno talent scout Giuseppe Ursino, trascina la squadra dai polverosi campi della Promozione calabrese alla serie cadetta in meno di 10 anni. Tante le emozioni vissute durante il tempo, dal Crotone di Morrone e lo spareggio C1 contro il Benevento sul campo neutro di Lecce, passando per quello di Cuccureddu e Deflorio che vinse il campionato ottenendo la storica promozione in serie B il 30 aprile del 2000, senza dimenticare Papadopulo, Gasperini, Lerda, Moriero e quella finale play-off al Santa Colomba, in una delle stagioni più complicate per la società, decisa da un colpo di testa di Calil su assist dell’intramontabile capitan Galardo. Poi di nuovo la serie B con Menichini prima e Drago poi. Il sesto posto di due stagioni fa, e la salvezza in extremis ottenuta nell’ultimo campionato. Nel mezzo tanti talenti sfornati, grazie all’occhio esperto di Ursino, maturati all’Ezio Scida ed oggi titolari in serie A. Florenzi, Bernardeschi, Cataldi sono solo i più recenti.
Tutto questo fino all’estate del 2015, quando torna in riva allo Ionio una vecchia conoscenza del popolo rossoblù: Ivan Juric (punto fermo del centrocampo nell’era Gasperini). Un tecnico alla prima esperienza importante ma dal carattere imparagonabile. Un anticonformista. Un leader. Uno psicologo. Un direttore d’orchestra che coi giovani ci sa fare.
Il mercato non è altisonante. Qualche giornalista non concede nemmeno la sufficienza quando viene chiamato in causa per giudicare l’operato della dirigenza. A sorpresa vengono confermati gran parte dei giocatori che la stagione precedente non avevano dato il massimo o comunque non avevano avuto lo spazio che forse meritavano. D’altronde si punta alla salvezza. Perlomeno questi sono gli obiettivi dichiarati. Non si può pretendere chissà ché.

La prima partita di campionato, come un segno del destino, è la stessa di 15 anni fa, la stessa gara dell’esordio in cadetteria: Cagliari – Crotone. Anche il risultato è lo stesso, una sconfitta per 4-0, una batosta che demoralizzerebbe chiunque ma non lui, non un condottiero come Ivan Juric. La giornata successiva, infatti, è un po’ la fotografia dello spirito che ha caratterizzato la squadra durante il campionato. Si gioca in casa contro il Novara e fino a 5′ dalla fine gli squali sono sotto di un gol. Poi una punizione di Torromino riporta in equilibrio il match e all’ultimo respiro, un ragazzo fino ad allora sconosciuto, appena richiamato dalla panchina, entra in campo e da brutto anatroccolo (nessun gol nel campionato precedente giocato al St. Pauli, squadra di seconda divisione tedesca) si trasforma in cigno realizzando di testa il sorpasso che vale molto più di tre punti. Il suo nome è Ante Budimir e a breve diventerà un idolo per il popolo pitagorico.
La vittoria col Novara fa crescere la consapevolezza nei propri mezzi all’interno dello spogliatoio. Da quel momento è impossibile fermare gli squali che iniziano a collezionare vittorie su vittorie, mettendo paura anche al Milan, in Coppa Italia, nella straordinaria serata di San Siro il 1° dicembre. Fino ad arrivare in testa al campionato, vetta che dividono con l’armata Cagliari a colpi di sorpasso giornata dopo giornata, finché non si arriva allo scontro diretto del 18 gennaio quando, grazie anche all’entusiasmo di un Ezio Scida al completo in ogni ordine di posto, il Crotone si fa beffa dei sardi, vince 3-1 e non si ferma più.

Vincere diventa abitudine e dopo una sonora lezione al Pescara di Massimo Oddo, il sogno promozione inizia ad essere sempre più vicino e tangibile. La città è pronta alla festa, ma quest’ultima per colpa della matematica, viene rimandata più di una volta. Si arriva a venerdì 29 aprile. Basta un punto per l’aritmetica e bisogna prenderlo in trasferta. Al Braglia contro il Modena. Proprio contro quel Modena che 15 anni prima acquistò tre dei principali artefici della prima storica promozione in serie B: il trequartista Rubens Pasino, l’attaccante Andrea Fabbrini e il capitano Vito Grieco.
Coincidenze, casualità o forse semplicemente destino.
Il medesimo destino che si riaffaccia nella memoria di ogni tifoso quando scopre che nella stessa data (si è giocato il 29 ma la data predisposta per la 39° giornata era il 30 di aprile) proprio 16 anni prima, in casa contro la Juve Stabia, la società di via Scalfaro conquistò quella promozione indimenticabile.

In terra emiliana il clima è di gran festa già dal mattino, i primi ultras pitagorici giunti in trasferta vengono accolti a braccia aperte dalla tifoseria di casa. C’è tanta stima e amicizia tra le due parti. Si pranza e si beve insieme. Le sciarpe e le bandiere delle due compagini si accostano sui banchi predisposti alla vendita dei gadget. Una vera e propria festa dello sport.
Verso le 18 la maggior parte dei tifosi ospiti si ritrova nel parcheggio, negli occhi dei supporter pitagorici traspare l’emozione, e lì che partono i primi cori, accompagnati dagli immancabili tamburi che segnano il ritmo, si stappa qualche birra e si aspetta la storia. E’ in quel luogo che ritrovi gli amici di una vita, con cui ricordi aneddoti dei tempi scolastici, tipo i cori che lanciavate aspettando l’entrata dei professori o le magliette che eravate riusciti a sottrarre negli spogliatoi in un post-partita, gli episodi più disparati insomma, ma tutti accomunati da un elemento inconfondibile: il Crotone. Perché il Crotone è così, è un po’ come la Madonna di Capocolonna o la Colonna stessa che una volta reggeva il tempio di Hera Lacinia. Ci appartiene, fa parte della nostra identità. Te lo presentano da quando sei in fasce, è impossibile non innamorartene, è come una persona di famiglia. Poi cresci e insieme all’altezza e i peli sul viso aumenta anche la tua passione, il tuo affetto, il tuo orgoglio, indipendentemente dalla categoria, figuriamoci se poi un giorno con quelle sensazioni ti ritrovi ad un passo dal paradiso.
All’interno del Braglia, il settore ospiti accoglie circa 2000 tifosi pitagorici, accorsi da ogni parte d’Italia e non solo. Tutti pronti a realizzare un sogno. Tutti pronti a ribadire con fierezza le proprie origini. Soprattutto chi per cause lavorative ha dovuto costruirsi una famiglia e un futuro lontano da casa, ma mai come oggi sente il bisogno di difendere la propria terra, anche se in ambito sportivo.

Alle 20:30 la partita finalmente inizia. Il cuore batte forte. I padroni di casa vanno in vantaggio ma nella Sud nessuno si scoraggia. La gente di Crotone sa che oggi è il giorno giusto. Allo scadere della prima frazione infatti, l’arbitro concede un calcio di rigore ai rossoblù, sul dischetto si presenta Palladino che vuole rimediare con un gol all’errore commesso in occasione dell’1-0 dei canarini.
Voglio essere onesto con voi lettori, io quel rigore non ho avuto il coraggio di guardarlo, sapevo che si sarebbe insaccato alle spalle del portiere, ma proprio per questo motivo ho scelto di girarmi e capire l’esito tramite lo sguardo dei tifosi. Volevo una fotografia da custodire in testa e non nella memoria di uno smartphone. Come da copione Palladino la mette dentro, il pubblico esplode in un boato assordante. Una delle emozioni più grandi della mia vita. Un episodio che racconterò ai miei posteri con le lacrime agli occhi, proprio come in questo momento, mentre i polpastrelli battono sulla tastiera per dar forma alle parole.

Alla fine del primo tempo, dai social network, arrivano le prime immagini di Piazzale Ultras. Un’onda rossoblù. Migliaia di persone che seguono la partita insieme tramite il maxi schermo allestito per l’occasione nella piazza che si affaccia sul lungomare cittadino. Sembrava un concerto dei Coldplay o qualcosa del genere. Sicuramente un evento mai visto prima. Un’immagine che riempie il cuore, perché immortala una città complicata, martoriata da decenni, che per una volta si ritrova finalmente unita grazie a due colori. Migliaia di anime, migliaia di identità diverse ma un solo cuore, dipinto di rossoblù.

Il secondo tempo è un eterno countdown. La tifoseria non smette per un secondo di incitare i propri beniamini in attesa del triplice fischio. Il Modena attacca e ad un certo punto cerca addirittura di rovinare la festa. Ma non ci riesce. E’ il 29 aprile 2016: il nuovo capodanno crotonese.

Quando l’arbitro fischia il cuore si apre, in gola ti sale un urlo la cui potenza avrebbe messo in soggezione anche la buonanima di Pavarotti. Quell’urlo poi lascia spazio alle lacrime. Dio solo sa quanto ho pianto abbracciando i miei fratelli. Quel pianto lo soffocavamo da troppo tempo. Un momento che porterò nel cuore, custodendolo gelosamente, per l’eternità. Qualcosa di indelebile. Come un tatuaggio. Come una cicatrice, una cicatrice di gioia.

Il sogno è diventato realtà e chi come me ha vissuto direttamente quella giornata, sia nel settore ospiti che davanti al maxi schermo di Piazzale Ultras, sa bene di cosa parlo. Non ha bisogno di particolari dettagli.

Lacrime che non fai in tempo ad asciugare con la sciarpetta che tornano subito fuori a causa dei cori in ricordo di chi avrebbe voluto vivere insieme a noi questi fantastici momenti, ma purtroppo ci ha lasciato prima del tempo. Giorgio, Francesco, Tuma, Ivan, Antonio e molti altri. Il nostro pensiero nei loro confronti è inevitabile. Anche loro guidandoci dall’alto hanno permesso tutto ciò. Anche loro hanno festeggiato alle 22:22 del 29 aprile del 2016. Con un gran casino in paradiso e San Pietro che li “cazzia” perché vuole riposare.

Appena fuori dallo stadio e nei momenti successivi la soddisfazione più grande, oltre ovviamente all’obiettivo raggiunto, sono i complimenti della gente accompagnati da enormi sorrisi e pacche sulle spalle. “Siete grandi“, “Onore alla capolista“, “Ho sempre tifato per voi“, “Speriamo di rincontrarci in serie A“, “Siete l’orgoglio del Sud“, queste sono solo alcune delle frasi che la gente per strada mi ha rivolto quella sera, non appena guardavano la sciarpa rossoblù che pendeva dal mio collo.

La promozione del Crotone va oltre quello che può sembrare un semplice traguardo sportivo. La fantastica storia del Crotone Calcio non è solo questo. Ciò che è successo tra il 29 e il 30 aprile, l’affetto e l’unità dimostrata dal popolo nei confronti della squadra e della società, sia dall’interno che dall’esterno, somigliano sempre più ad una rivalsa sociale, una rivincita, seppur sportiva, per una città vessata ogni giorno da problemi sempre più seri che, per un attimo, la popolazione ha riposto in cantina lasciando spazio ad emozioni positive e tanta, tanta felicità riversata in strada. Tra caroselli e giubilo per un attimo abbiamo riscoperto quanto è bello essere crotonesi e poco importa che sia stato il calcio ad avercelo concesso. Avevamo estremamente bisogno di sognare, nella speranza che quel sogno si trasformasse in realtà. Ed è successo. Ora sta a noi approfittare di questi momenti come base per crescere e consacrarci agli occhi della nazione. La serie A non porterà di certo nuovi posti di lavoro, non risolverà il problema dei tumori o della spazzatura questo è vero. Ma a livello mediatico è un’opportunità irripetibile (lo dimostra il fatto che nella serata di venerdì l’hashtag #crotone era terzo nella classifica dei trend topic di Twitter, ovvero milioni di persone stavano parlando del Crotone Calcio e di questa sensazionale avventura). Crotone è finita su tutti i telegiornali per questo lieto evento: cantanti, attori e politici hanno osannato una realtà e un popolo in festa. Si è persino scomodato il Papa a sventolare la nostra sciarpa pochi giorni fa. Tutto questo non può essere una coincidenza. Non può essere un evento capitato per caso.
Questo è, e deve essere interpretato come un segno dall’alto che possa essere da stimolo per tutti noi. Uniti facciamo invidia al mondo, spero l’abbiate capito. Non giudicate questa storia solo come un traguardo calcistico. Il calcio è la metafora della vita e a volte può insegnare a vivere meglio di qualsiasi altra cosa.

(foto in evidenza di Bruno Palermo)

Orazio Polimeni