Politica

Crotone: Unioni Civili e diritto di maternità, documento di Mediterraneo Possibile

Oggi l’asse del dibattito sui diritti delle coppie omosessuali in Italia sembra essersi spostato rispetto a nove anni fa, quando il Governo Prodi presentò il disegno di legge sui DICO (“Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”).  Sembra infatti, scrive Stefania Calabrese di Mediterraneo Possibile, che la maggioranza degli italiani abbia accettato ormai che il concetto di coppia di fatto venga esteso anche alle coppie omosessuali e sembra che anche i politici più restii si siano adeguati di conseguenza.
Il riconoscimento delle Unioni civili per le coppie gay  appare quindi vicino al traguardo, anche se per ottenerlo si è dovuto comunque cedere alle pressioni dei conservatori e stralciare la famosa stepchild adoption. Ciò nonostante, Renzi sta valutando di imporre il voto di fiducia, per scongiurare l’eventualità del fallimento.
Ma cos’è davvero la stepchild adoption originariamente prevista nel ddl Cirinnà e perché è diventata la pietra dello scandalo? E cosa c’entra con la questione del cosiddetto utero in affitto?
Proviamo, scrive ancora Stefania Calabrese, a mettere in fila una serie di risposte alle obiezioni che si sentono e si leggono in giro, per evitare di lasciarsi confondere da pregiudizi e mistificazioni.
Perché tanta fretta di approvare la legge sulle unioni civili, quando ci sono questioni più importanti da affrontare?
Il motivo della fretta sta principalmente nella sentenza del 21 luglio 2015 con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato lo Stato italiano a risarcire le coppie ricorrenti contro l’assenza di una legge sul riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso. In altre parole, in Italia i diritti delle coppie omosessuali non sono ancora garantiti e questo viola l’articolo 8 della Convenzione sui diritti dell’uomo.
Cos’è la stepchild adoption e perché è stata stralciata dal ddl Cirinnà?
Letteralmente la stepchild adoption significa “adozione del figliastro” e consiste semplicemente nel riconoscere legalmente uno dei membri della coppia come genitore del figlio dell’altro. In questo modo si garantiscono maggiori diritti al bambino, che già vive all’interno della famiglia e che considera già genitori entrambi.
Va sottolineato che la stepchild adoption esiste già per le coppie etero: il nostro ordinamento prevede infatti la possibilità che il partner diventi genitore del figlio, biologico o adottivo, del coniuge. A decidere è il tribunale e possono farvi ricorso sia coppie sposate da almeno tre anni sia quelle che convivono more uxorio da almeno tre anni, purché siano sposati al momento della richiesta.
Con la stepchild adoption, il ddl Cirinnà mirava ad estendere questo diritto alle coppie dello stesso sesso.
Ed è proprio questo il punto su cui si è scatenata l’opposizione: si è provato dapprima a giocare sul termine adoption, cercando di sollecitare l’opinione pubblica ad esprimersi sull’adozione per le coppie omosessuali in generale, puntando proprio sulla confusione fra il caso specifico dell’adozione del “figliastro” e l’istituto dell’adozione nel suo complesso.
Poiché tuttavia l’informazione da parte dei media è stata per una volta reattiva e capillare e non c’è stato modo di confondere oltre le acque e poiché l’opinione pubblica aveva iniziato a mostrarsi in gran parte favorevole all’adozione del figliastro da parte del partner del genitore, gli oppositori hanno gridato allo scandalo sostenendo che con la stepchild adoption si intendeva aprire la strada alla pratica dell’utero in affitto, nonostante questa pratica sia attualmente vietata in Italia  e nonostante nel ddl Cirinnà non venga mai menzionato alcun riferimento o allusione all’argomento.
In cosa consiste la pratica dell’utero in affitto o maternità surrogata?
Utero in affitto è la definizione in senso dispregiativo di una particolare forma di fecondazione assistita denominata maternità surrogata, ad oggi riconosciuta in molti altri Paesi del mondo, anche se con regolamentazioni spesso molto diverse. La pratica della maternità surrogata consente di diventare genitori anche a coloro che non riescono a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che si offre di affrontare la gestazione e il parto per altri. Viene chiamata quindi anche gestazione per altri o gpa.
In Italia la surrogazione di maternità è attualmente vietata dal comma 6 dell’art.12 della legge 40, tuttavia molti italiani vi fanno ricorso recandosi all’estero.
Nessun articolo o comma del ddl Cirinnà ha mai contemplato la possibilità di introdurla nel nostro ordinamento, eppure gli oppositori sostengono che con l’approvazione della stepchild adoption si dia di fatto legittimazione a quello che definiscono “utero in affitto”, sottintendendo un passaggio di denaro che spesso non avviene affatto. In realtà, come si è detto, le normative dei diversi Paesi sono varie: in alcuni è previsto un compenso in denaro per la “madre surrogata”, mentre in altre, come il Canada e l’Inghilterra, la gpa è consentita esclusivamente per fini altruistici, ovvero solo a titolo gratuito.
La stepchild adoption favorirebbe davvero il ricorso alla maternità surrogata all’estero?
La percentuale di coppie omosessuali che fa ricorso alla surrogazione di maternità è stimata essere di gran lunga inferiore a quella delle coppie etero: stiamo parlando di una media del 15% contro l’85%.
Considerato il fatto che la stepchild adoption  per le coppie eterosessuali esiste già da anni e che nessuno finora l’abbia trovata scandalosa, né che vi siano mai state levate di scudi contro le coppie etero che sono ricorse alla gestazione per altri, risulta evidente che il vero problema sta nel fatto che la stepchild adoption venga estesa alle coppie omosessuali.
Non si vede il motivo per cui negare alle famiglie arcobaleno lo stesso diritto garantito alle famiglie tradizionali se non per motivi di natura omofobica.
Cosa fare allora in merito alla surrogazione di maternità?
Si tratta di un argomento particolarmente delicato, che può suscitare dubbi di carattere etico e morale, sebbene non si tratti precisamente di una novità: anche senza le tecniche innovative di cui disponiamo oggi, è sempre successo che coppie sterili si rivolgessero a donne compiacenti perché dessero loro un figlio. Persino nella Bibbia sono contemplati i casi di Abramo  e di Giacobbe, che ebbero figli dalle proprie schiave a causa dell’impossibilità delle mogli di procreare. E nell’antica Roma esisteva la pratica del “ventrem locare”, che prevedeva che una donna maritata si prestasse a concepire un figlio giacendo con il marito di una donna sterile.
La surrogazione di maternità è comunque una situazione complessa, sia dal punto di vista etico che dal punto di vista giuridico, quindi merita un serio approfondimento e una discussione chiara e obiettiva, su dati certi e scevri da ideologie e pregiudizi.
Inoltre, proprio in quanto relativa all’aspetto più intimo della vita familiare, non è corretto usare questo argomento come spauracchio da agitare per solleticare gli istinti omofobici che la nostra società ancora conserva, al di là delle apparenze.
Viviamo davvero in una società omofoba?
Assolutamente sì, anche se, come si è detto, le prospettive cominciano a mutare. Vi sono ancora troppe aggressioni, fisiche e verbali, nei confronti degli omosessuali e non sono pochi i casi di suicidio di adolescenti molestati per la propria sessualità.
Il tentativo da parte dello Stato di combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere mediante percorsi formativi a scuola è stato fatto passare da una certa parte del mondo cattolico e da alcuni politici come un tentativo di indottrinamento.
Si sente quindi parlare di teoria gender o ideologia gender, come se la parola gender fosse qualcosa di perverso, come se si volesse inculcare questo qualcosa nelle menti di bambini e ragazzi.
A volte capita  di sentire frasi illogiche tipo “Non sarai mica gender?”. E’ diventato quasi sinonimo di gay, naturalmente con un’accezione negativa del termine.
Non esiste alcuna ideologia gender, nessuna teoria.  Esistono invece i “gender studies”, da cui il nome trae origine. Si tratta di una raccolta di studi sul genere (sì, “gender” non significa altro che “genere”), messa insieme negli anni Ottanta nelle università anglosassoni. Da questi studi è emerso che non basta il sesso biologico a definire l’identità sessuale di un individuo: alla sua formazione concorrono il sesso, il genere, l’orientamento sessuale e il ruolo di genere.
Il sesso è quello biologico, determinato dai genitali; il genere dipende dall’ambiente socio-culturale, per cui ci si identifica in un ruolo di genere, scegliendo a attuando comportamenti considerati più maschili o più femminili, a seconda del contesto in cui si vive. L’identità di genere ci fa sentire uomo o donna, indipendentemente dal sesso biologico, ma è diversa dall’orientamento sessuale, che riguarda invece l’attrazione sessuale nei confronti degli altri.
Educare al genere, dunque, conclude Stefania Calabrese, significa semplicemente dare ai ragazzi gli strumenti per capire se stessi, sostenendoli nella loro crescita psicologica e relazionale, prescindendo dagli stereotipi imposti dalla società.