Attualità

Crotone, Salvatore Barresi: “Non giudicate, per non essere giudicati. Non è con il pubblico ludibrio che si aggiustano le cose o si risolvono gli scandali”

Riceviamo e pubblichiamo

C’è un bellissimo libro di Papa Francesco dal titolo: “Chi sono io per giudicare? – Perché voglio che la Chiesa sia inquieta”, che invito a leggere per trarne beneficio e comprendere l’umiltà evangelica che porta a non puntare il dito contro gli altri per giudicarli, ma a tendere loro la mano per rialzarli, senza mai sentirsi superiori. Papa Francesco invita a praticare il comandamento esplicito di Gesù: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato anche a voi”. Preti che vengono condannati dalla giustizia civile, sessualità, unioni omosessuali, contraccezione, coppie di fatto, nuove famiglie, ma anche libertà religiosa, ecologia, finanza, nuove povertà e nuove schiavitù, sono argomenti spinosi, che mettono a confronto libertà di coscienza e dottrina cristiana. È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. Un ritratto magistrale del nostro tempo, di dolore, ma anche di speranza. Nel quale la storia ci può venire in aiuto. Che cosa deve fare un Vescovo quando si trova di fronte al moltiplicarsi dei misfatti commessi dai sacerdoti, alcuni dei quali di terribile gravità? Strapparsi le vesti nella pubblica piazza? Cospargersi il capo di cenere? Camminare per le vie principali della città con delle pietre appese al collo o di portare la gogna, umiliandosi per una colpa “non” commessa? È chiaro che accanto ad un’emotività che suggerisce di ricercare soluzioni umane ad ogni questione, se non di gettare via ogni cosa, c’è però la speranza che viene da Cristo e dalla stessa storia della Chiesa, lasciando cadere, goccia a goccia, nel nostro spirito rigido e renderlo palpitante e compassionevole da “cuore di pietra” a “cuore di carne”. Esiste, nell’immaginario collettivo, soprattutto negli atei, un indurimento del cuore giudicante – che il pontefice chiama “sclerocardia” – conseguenza della chiusura dell’io su sé stesso: un io isolato, egoista, ripiegato su tradizioni obsolete che calpestano la dignità delle persone. Quelle persone che vogliono a tutti i costi che la Chiesa si proclami “sporca”, piena di peccati dei suoi ministri. Il Santo Padre Francesco nella lettera ai sacerdoti, in occasione del 160° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, scrive: “….Qualche tempo fa ho manifestato ai Vescovi italiani la preoccupazione che, in non poche regioni, i nostri sacerdoti si sentono ridicolizzati e “colpevolizzati” a causa di crimini che non hanno commesso e dicevo loro che essi hanno bisogno di trovare nel loro Vescovo la figura del fratello maggiore e il padre che li incoraggi in questi tempi difficili, li stimoli e li sostenga nel cammino”. Negli ultimi tempi, nella Diocesi di Crotone, abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali o per atti di consorterie e malaffare da parte di ministri ordinati. Indubbiamente, è un tempo di sofferenza nella vita delle vittime e dell’intera società che hanno subito diverse forme di abuso; anche per le loro famiglie e per tutto il Popolo di Dio. Non è con il pubblico ludibrio che si aggiustano le cose o si risolvono gli scandali, ma attraverso fatti silenziosi e importanti da sconvolgere le anime dei credenti e non credenti rispettando la giustizia civile e penale. L’uomo, anche e soprattutto quando sacerdote, è solo uno strumento, il ministro delegato, un personaggio in certo senso secondario. E come non potrebbe esserlo al confronto di Cristo? Che sia questo, in fondo, l’insegnamento che ci viene dalla storia? Una lezione importante, specialmente in tempo di imperante egocentrismo. Papa Francesco, i Vescovi e la Chiesa tutta è fortemente impegnata nell’attuazione delle riforme necessarie per dare impulso, dalla radice, ad una cultura basata sulla cura pastorale in modo che la cultura dell’abuso e del malaffare non riesca a trovare lo spazio per svilupparsi e, ancor meno, perpetuarsi. Non è un compito facile e, a breve termine, dice il Pontefice, richiede l’impegno di tutti. Se in passato l’omissione ha potuto trasformarsi in una forma di risposta, oggi il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti e i Diaconi vogliono che la conversione, la trasparenza, la sincerità e la solidarietà con le vittime diventino il nostro modo di fare la storia e ci aiutino ad essere più attenti davanti a tutte le sofferenze umane. Di fronte a esperienze dolorose che hanno coinvolto la chiesa crotonese, tutti abbiamo bisogno di conforto e incoraggiamento. Il Vescovo e il Clero della Chiesa locale crotonese sanno di non essere immuni dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione; al contrario, sono consapevoli di affrontarli e assumerli per lasciare che il Signore li trasformi configurandoli di più a Lui. Affrontare il dolore che ha colpito la Chiesa con il dramma della carcerazione di due preti non è facile. Tutti abbiamo bisogno del conforto e della forza di Dio e dei fratelli in tempi difficili. A tutti noi servono quelle accorate parole di san Paolo alle sue comunità: «Vi prego quindi di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi» (Ef 3,13); «Il mio desiderio è che vi sentiate incoraggiati» (cfr Col 2,2), e così poter compiere la missione che ogni mattina il Signore ci dona: trasmettere «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). L’Arcivescovo di Crotone – S. Severina, Mons. Angelo Panzetta, sa benissimo che il dolore di tante vittime, il dolore del Popolo di Dio, così come il nostro, non può andare perduto. È Gesù stesso che porta tutto questo peso sulla sua croce e ci invita a rinnovare la nostra missione per essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia. Il nostro tempo, segnato da vecchie e nuove ferite, non deve accendere guerre o vendette o inquisizioni. Questo tempo ci impone di essere artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi, «perché eterna è la sua misericordia».
Diacono Salvatore, Sasà Barresi