Cronaca

Cosche clonate in Germania

“Questa operazione dimostra ancora una volta che la ‘ndrangheta, per curare i suoi interessi economici, è diffusa in modo sempre più penetrante all’estero, riuscendo in tal modo ad imprimere una grande spinta ai propri affari”. Lo ha detto il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, incontrando i giornalisti per illustrare i particolari dell’operazione “Rheinbrücke”, dal nome di un ponte che attraversa il fiume Reno, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Germania, dove erano state “clonate” alcune cosche operanti nella provincia reggina. “Abbiamo avuto la dimostrazione – ha spiegato il comandante provinciale di Reggio Calabria dei carabinieri, colonnello Lorenzo Falferi – della capacità della ‘ndrangheta di trasferire e duplicare all’estero la propria struttura, fortemente legata al territorio di origine, in particolare con le ‘società’ di Rosarno e San Luca, in provincia di Reggio, e di Fabrizia, in provincia di Vibo Valentia”. “Purtroppo, nonostante le numerose operazioni eseguite e malgrado sia evidente quanto inquinante sia la presenza della ‘ndrangheta nel contesto internazionale – ha rilevato il procuratore De Raho – ancora non c’è la consapevolezza dell’importanza di un contrasto a questa organizzazione criminale che vada ben al di là dei nostri confini”. Il Procuratore della Repubblica ha parlato anche di “lavoro eccellente” svolto dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, sottolineando il collegamento con l’autorità giudiziaria di Costanza e la “grande collaborazione” instaurata con gli organi investigativi tedeschi. “E’ stata una operazione più laboriosa del solito – ha affermato il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri – perchè inizialmente abbiamo avuto grandi difficoltà a convincere i tedeschi, ed in particolare la Polizia federale DKA, dell’importanza di questa indagine. Noi avevamo una traccia: una intercettazione raccolta in una Bocce Club in Svizzera. Ma il 416 bis, e cioè l’associazione per delinquere di tipo mafioso, non è previsto in Europa. Abbiamo legato così l’indagine ad un reato transnazionale consumato in Italia, a San Luca e Fabrizia, con le articolazioni diffuse in Germania e in Svizzera. Quando gli affiliati all’organizzazione si spostavano dalla Germania a Rosarno ed a Fabrizia, si confrontavano sempre con Domenico Oppedisano, il capo crimine della provincia. E’ a lui che dovevano fare riferimento ed era lui che doveva accettare o meno l’apertura o la chiusura di nuovi locali all’estero”. “Locali – ha detto il pm della Procura nazionale antimafia, Sandro Dolce – che non avevano autonomia decisionale se non per le piccole cose. Di fatto, senza l’autorizzazione degli affiliati residenti in Calabria non si poteva decidere nulla”