Tempi di riorganizzazione e scelte pastorali importanti per l’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina. L’Arcivescovo Mons. Alberto Torriani ha indirizzato un’accorata lettera aperta a tutta la comunità diocesana per accompagnare e spiegare la comunicazione imminente di nuove nomine e trasferimenti che riguarderanno diverse parrocchie del territorio.
Un passaggio delicato che, come riconosce lo stesso presule, muove affetti, interrogativi e consuetudini consolidate negli anni. Tuttavia, le nuove disposizioni non rappresentano meri «spostamenti organizzativi», bensì una risposta concreta alle profonde trasformazioni sociali e demografiche che stanno attraversando il Crotonese.
«La realtà che ci è affidata sta cambiando e dobbiamo avere il coraggio di guardarla per quella che è», scrive Mons. Torriani nel suo messaggio. Tra i fattori determinanti posti alla base delle decisioni figurano il progressivo decremento demografico di molti paesi della diocesi, l’età media del clero e la necessità di superare una logica puramente conservativa.
Per far fronte a questo nuovo scenario, la Diocesi ha avviato un’articolazione in quattro Zone Pastorali, concepite non come un ulteriore passaggio burocratico, ma come laboratorio per una vera e propria «pastorale d’insieme». L’obiettivo dichiarato è mettere in comune risorse, catechesi, percorsi giovanili e di carità tra parrocchie vicine, valorizzando maggiormente il ruolo dei laici, dei diaconi e delle realtà religiose.
«Non dobbiamo pensare che a ogni comunità, a ogni struttura o attività debba necessariamente corrispondere un sacerdote dedicato esclusivamente ad essa. Un sacerdote non appartiene a una parrocchia e una parrocchia non appartiene al proprio sacerdote».
Nel suo messaggio, l’Arcivescovo esprime profonda gratitudine ai sacerdoti chiamati a «fare nuovamente i bagagli» e a ricominciare altrove con spirito di servizio, rendendo merito anche alle comunità che salutano i propri pastori con maturità ecclesiale.
Ai fedeli che si apprestano ad accogliere i nuovi parroci, Mons. Torriani rivolge una richiesta chiara: dare tempo ai sacerdoti di integrarsi, camminare insieme a loro e non caricarli dell’aspettativa di replicare semplicemente ciò che si è sempre fatto nel passato. «Sentitevi responsabili della vita della comunità: la parrocchia non è qualcosa che il sacerdote deve “mandare avanti”, ma una realtà che tutti siamo chiamati a edificare insieme».
In vista dei cambi di guardia nelle parrocchie, il presule ha chiesto che nelle prossime celebrazioni domenicali venga inserita una specifica intenzione di preghiera: «Prima dei commenti, delle valutazioni e degli inevitabili confronti, preghiamo! È il modo più cristiano per salutare chi parte e accogliere chi arrives».
Il cammino di rinnovamento dell’Arcidiocesi è stato infine affidato alla protezione della Sacra Effigie della Madonna di Capocolonna, Madre e Patrona della Chiesa crotonese, e ai santi compatroni Dionigi e Anastasia, con l’auspicio che ogni cambiamento si traduca in un’occasione di crescita spirituale e comunitaria per l’intero territorio.
IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DELL’ARCIVESCOVO ALBERTO TORRIANI
Arcivescovo di Crotone – Santa Severina
Prot. 479/A/2026
Carissimi fratelli e sorelle,
con questa lettera desidero accompagnare la comunicazione delle nomine e dei trasferimenti che, nelle prossime settimane, interesseranno alcune comunità della nostra Arcidiocesi.
So che molti attendono da tempo queste notizie. So anche che ogni cambiamento suscita domande, curiosità, talvolta preoccupazione. Quando cambia un parroco o un sacerdote lascia una comunità, infatti, non cambia semplicemente un nome su un decreto. Ci sono relazioni costruite negli anni, affetti, consuetudini, progetti iniziati, momenti lieti e difficili condivisi. C’è una storia che merita rispetto.
Per questo vorrei che queste nomine non fossero accolte semplicemente come un elenco di sacerdoti che cambiano destinazione, ma fossero lette dentro il cammino che, insieme, stiamo cercando di compiere come Chiesa.
Il mio primo pensiero è di profonda gratitudine ai sacerdoti che hanno accolto la richiesta di un trasferimento o di un nuovo incarico. Cambiare comunità significa, in qualche misura, fare nuovamente i bagagli: lasciare volti conosciuti e relazioni diventate familiari, interrompere abitudini consolidate, consegnare ad altri quanto si è cercato di costruire e ricominciare altrove, entrando con rispetto in una storia già iniziata.
Non è sempre facile. Per questo desidero dire pubblicamente grazie a quanti hanno accolto questa disponibilità, anche quando ha comportato una fatica personale.
Ma il mio grazie va anche alle comunità che salutano un sacerdote. Saper lasciare andare è una forma non meno importante di maturità ecclesiale. Un sacerdote non appartiene a una parrocchia e una parrocchia non appartiene al proprio sacerdote. Per un tratto di strada il Signore ci affida gli uni agli altri; poi, qualche volta, ci domanda di continuare il cammino in forme nuove. Rimane il bene seminato, rimangono i legami autentici, rimane soprattutto ciò che insieme si è cercato di costruire per il Vangelo.
Vorrei però spiegare perché questi cambiamenti sono necessari.
Le nomine che vengono comunicate non sono una somma di decisioni isolate e non nascono soltanto dalla necessità di coprire posti rimasti vacanti. Si collocano dentro un ripensamento più ampio della presenza pastorale della nostra Arcidiocesi.
La realtà che ci è affidata sta cambiando e dobbiamo avere il coraggio di guardarla per quella che è. Dobbiamo tenere insieme le necessità concrete delle comunità, il numero e l’età dei sacerdoti disponibili, le loro attitudini e possibilità, le caratteristiche molto diverse dei nostri territori, le distanze, le condizioni sociali e il progressivo decremento demografico che interessa diverse realtà della diocesi.
Ignorare questi cambiamenti significherebbe impiegare molte delle nostre energie semplicemente per conservare ciò che abbiamo sempre fatto, anziché domandarci quale forma debba assumere oggi la nostra presenza perché continui a servire la missione.
È anche per questo che abbiamo articolato l’Arcidiocesi nelle quattro Zone pastorali. Non vorrei che diventassero semplicemente una nuova suddivisione geografica o un livello organizzativo in più. Sono piuttosto un invito a imparare una vera pastorale d’insieme.
Significa guardare oltre i confini della propria parrocchia; mettere in comune esperienze, persone e risorse; pensare insieme alcuni percorsi di catechesi, la pastorale giovanile e familiare, carità e formazione; valorizzare maggiormente i laici, i diaconi, i religiosi e le religiose, le aggregazioni ecclesiali e le tante disponibilità che lo Spirito continua a suscitare. Ciò che da soli diventa sempre più difficile, insieme può diventare nuovamente possibile.
Questo non significa cancellare l’identità delle singole comunità, la loro storia, le loro tradizioni e quella ricchezza di fede popolare che caratterizza tanti nostri paesi. Significa piuttosto impedire che queste identità diventino confini dentro i quali rinchiudersi. Come ho cercato di ricordare nella Lettera Pastorale Effetto Domino, la comunione non impoverisce ciò che siamo: ci insegna a riconoscere che i doni ricevuti diventano ancora più fecondi quando vengono condivisi.
Dovremo perciò abituarci progressivamente anche a non pensare che a ogni comunità, a ogni struttura e a ogni attività debba necessariamente corrispondere un sacerdote dedicato esclusivamente ad essa. E soprattutto dovremo evitare di misurare la cura che la Chiesa ha per una comunità semplicemente dal numero dei sacerdoti che vi abitano.
Al centro rimangono le comunità e la missione.
Per questo alle comunità che accoglieranno un nuovo sacerdote vorrei chiedere qualcosa di più che una bella accoglienza nel giorno del suo ingresso. Dategli tempo per conoscervi e datevi tempo per conoscerlo. Non chiedetegli semplicemente di ripetere ciò che è sempre stato fatto o di rispondere immediatamente a ogni attesa. Camminate insieme. Aiutatelo a conoscere il territorio, le persone, le ferite e le speranze che lo abitano. E soprattutto sentitevi con lui responsabili della vita della comunità: la parrocchia non è qualcosa che il sacerdote deve “mandare avanti”, ma una comunità che tutti siamo chiamati a edificare.
Alle comunità che invece salutano il proprio sacerdote chiedo di farlo con gratitudine e libertà. Ogni ministero porta con sé inevitabilmente limiti e incompiutezze, ma porta anche un bene che spesso si comprende pienamente soltanto con il tempo. Custodiamo quel bene senza trasformarlo in nostalgia e lasciamo che diventi terreno sul quale altri potranno continuare a seminare.
Vorrei infine chiedere a tutta la Diocesi un gesto molto semplice: accompagniamo questi cambiamenti con la preghiera.
Nelle prossime domeniche invito le comunità a inserire nella preghiera dei fedeli durante le Celebrazioni Eucaristiche un’intenzione per i sacerdoti che inizieranno un nuovo ministero, per quelli che concludono il loro servizio in una comunità e per le comunità coinvolte.
Prima dei commenti, delle valutazioni e degli inevitabili confronti, preghiamo! È il modo più cristiano per salutare chi parte, accogliere chi arriva e ricordarci che la Chiesa non è anzitutto opera nostra.
Forse è proprio questo il passaggio che il Signore ci sta chiedendo: non semplicemente cambiare alcuni nomi, ma crescere nel nostro modo di essere Chiesa. Passare dall’“io” al “noi”, dalla difesa del proprio alla condivisione, dall’abitudine alla missione, dalla semplice collaborazione a una vera corresponsabilità.
Allora anche questi cambiamenti, con le fatiche che inevitabilmente porteranno con sé, potranno diventare un’occasione di crescita per tutti. Non soltanto qualcosa da organizzare o da accettare, ma un tratto di strada da percorrere insieme, perché le nostre comunità siano sempre più luoghi nei quali il Vangelo viene annunciato, celebrato e vissuto e la comunione diventi davvero una forma concreta della missione.
Questo passaggio del nostro cammino diocesano lo affidiamo alla Madonna di Capocolonna, Madre e Patrona della nostra Chiesa. Lei, che continua a ripeterci le parole di Cana — «Fate quello che vi dirà» — ci insegni a non avere paura del nuovo quando nasce dall’ascolto della Parola del Signore, a custodire la comunione e a renderci disponibili a ciò che il Vangelo domanda oggi alla nostra Chiesa.
Con lei invochiamo l’intercessione dei nostri santi compatroni, san Dionigi e sant’Anastasia: accompagnino i sacerdoti nel loro ministero, custodiscano le nostre comunità e ci aiutino a camminare insieme, perché ogni cambiamento possa diventare occasione di una rinnovata fedeltà al Vangelo e di una più profonda comunione tra noi.
Crotone, 25/09/2026
Con affetto, vi benedico
+ Alberto Torriani
Arcivescovo di Crotone-Santa Severina
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